origini della canapicoltura
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Storia della canapicoltura in Italia: studiare il passato per capire il futuro

Utilizzata principalmente in ambito tessile, in passato la coltivazione della canapa ha conosciuto in Italia una stagione molto fertile a partire dagli ultimi decenni dell’Ottocento e culminata negli anni successivi al Secondo dopoguerra. Sebbene la coltivazione di questa pianta sia ripresa sul finire dello scorso secolo, la canapa ha incontrato molti ostacoli nella produzione industriale. Ma partiamo dall’inizio, ovvero dal momento in cui la canapa ha fatto l’ingresso nello storia dell’uomo.

La coltivazione della canapa: le origini

La Cannabis sativa, conosciuta semplicemente con il nome di canapa, è una pianta annuale appartenente alla famiglia delle Cannabaceae, provvista di una lunga radice di un fusto eretto, dove sono presenti le foglie palmate generalmente in un numero compreso da cinque a tredici.  Grazie alla sua robustezza, è in grado di crescere in diverse tipologie di clima.

Proprio per quest’ultimo motivo, individuare con estrema esattezza il luogo di origine della canapa è quasi impossibile. Si fa generalmente risalire alle terre che coprono l’area che va dal basso Danubio alla Cina settentrionale poiché, in queste zone, la canapa fiorisce in modo spontaneo e, alcune fonti letterarie, ne attestano la coltivazione sin dal 500 a.C. : testi come il “Libro delle Odi” (Shih Ching) e i “Documenti dei Riti” (Li Chi), raccontano in modo dettagliato le procedure in merito alla coltivazione e all’impiego tessile della canapa per quanto riguarda la fabbricazione dei vestiti.

Lo storico greco antico Erodoto (484 a.C – 430 a. C.), nelle sue Storie, scrive che gli abiti degli Sciti  (antica popolazione nomade delle steppe settentrionali dell’Asia) erano così simili al lino che nessuno avrebbe potuto supporre fossero stati fatti con la canapa e inoltre, ne descrive l’impiego nei rituali di purificazione dopo la celebrazione di un funerale: “Innalzano tre pali, inclinati l’uno verso l’altro, e vi stendono sopra delle coperte di feltro, che uniscono l’una all’altra il più strettamente possibile.

Poi, in un vaso posto al centro dei pali e delle coperte pongono delle pietre arroventate al fuoco. Cresce nelle loro terre una canapa che assomiglia in tutto al lino, salvo per altezza e larghezza, che sono molto maggiori.

Questa canapa cresce sia spontaneamente che coltivata […]

Di questa canapa, dunque, gli Sciti prendono il seme e, entrati sotto le coperte, lo gettano sulle pietre arroventate dal fuoco; allora il seme libera un fumo odoroso e produce un valore tale che nessuna stufa greca potrebbe farne altrettanto; inebriati da questa sauna, gli Sciti lanciano urla di gioia”.

Dai Paesi asiatici, la canapa si diffonde in Europa a partire dall’espansione dell’Impero romano, poiché è attestato il suo uso nei cordami delle loro navi.

La nascita della canapicoltura in Italia

storia della canapaLa canapicoltura, ovvero il carattere strettamente industriale legata a questa pianta, nasce in Italia intorno al 1300. La sua introduzione però, è molto più antica, poiché fonti attestano che fosse stata già introdotta in Piemonte e nella valle padana dalle legioni romane. C’è di più.

Grazie alla scoperta di alcuni diagrammi pollinici rinvenuti nel lago di Albano e al lago di Nemi, uno studio condotto nel 2002 dall’Università di Modena e Reggio Emilia, ha messo in luce che in realtà la presenza di questa pianta nella nostra penisola è da far risalire a più diecimila anni fa. Ma passiamo al commercio. Fu con la Rivoluzione industriale che si diede la spinta decisiva all’incremento della canapicoltura.

In Italia, le regioni maggiormente interessante sono state l’Emilia e la Campania. In Campania, nelle statistiche del Regno di Napoli dei primi anni dell’Ottocento, è possibile leggere informazioni in merito alla semina: “la canapa si semina sulle malesi ben formate e ben ingrassate o collo stabbio o collo scioverso; e la semina s’incomincia alla fine di marzo ed in luglio si svelle la pianta dal suolo, bene seccata a terra, si batte per farne cadere la fronda, le si tagliano le radici e le cime, e legata si parta a Lagno (il fiume Regi Lagni, n.d.r.) a macerare.

In seguito si fa asciugare, si gramola e di dà il solito apparecchio riducendola in legature, due delle quali compongono il fascio, che è di rotoli ottanta. Ogni moggio dà ducati quaranta di prodotto, non compresa la spesa di coltura, che suole essere circa ducati diciassette”.

Dal Seicento ai primi dell’Ottocento, in Emilia – principalmente nelle campagne bolognesi – i volumi di fibra di canapa oscillavano tra le tremila e le cinquemila tonnellate. La tradizione di usarla per telerie ad uso domestico, come ad esempio per le tovaglie decorate con stampi di rame, è attestata lungamente nel ferrarese. In questi secoli, la canapa era indispensabile nella marina per la fabbricazione di vele e di gomene.

All’altezza del 1910, nella sola regione Emilia Romagna si calcolavano quarantacinque mila ettari di terreno per la coltivazione della canapa. Negli anni Cinquanta del Novecento, l’Italia era il secondo Paese maggiore produttore di canapa al mondo, secondo soltanto all’Unione Sovietica. La varietà “Carmagnola” – città piemontese che fu uno dei centri di trasformazione del prodotto e di smistamento per l’esportazione in Liguria e il sud della Francia – forniva le migliori fibre in assoluto in termini di qualità. Purtroppo, a partire dagli anni Settanta si assiste a un lento declino.

I motivi che portano alla crisi della canapicoltura

I motivi della crisi sono da rintracciare nell’alto costo della fibra della canapa e nel mancato ammodernamento del processo di produzione industriale. Un’altra motivazione è da rintracciare nella difficoltà di riconoscere e di distinguere la Cannabis sativa dalla Cannabis indica.

Negli anni Settanta, infatti, le leggi contro gli stupefacenti colpirono anche la semplice canapa usata per la produzione di tessuti. Questa situazione rendeva difficoltosa – a causa delle politiche in atto – la possibilità di ritornare in quei vecchi campi per la coltivazione ai fini industriali.

Ad ogni modo, a partire dagli anni Novanta, si è registrato un ritorno a questa storica e antica coltura tanto è vero che, dal 1998 la coltivazione di canapa industriale è nuovamente legale.

La legge 242 ha stanziato dei fondi per la canapicoltura fino a un massimale di 700.000 euro all’anno ma è da sottolineare che, in questa legge, non è contemplata la produzione di marijuana destinata ad essere fumata.

Oggi grazie alla rivoluzione della cannabis light, finalmente il settore sta ritornando a crescere e ad avere il posto nella storia che merita.

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