cbd e parkinson
Redazione

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Il CBD aiuta contro il Parkinson?

Fino a non molti anni fa, il termine cannabis era legato solamente a una sostanza stupefacente illegale con effetti psicotropi. La natura della sostanza in sé non è cambiata, ma gli studi in merito hanno approfondito la sua composizione e le sue proprietà.

Una molecola contenuta nella cannabis sativa, detta cannabidiolo abbreviato in CBD, ha proprietà benefiche per l’organismo e non ha effetti psicotropi. Questi ultimi, invece, sono dovuta al THC, il cui nome tecnico è delta-9-tetraidrocannabinolo. Per questo oggi esiste una cannabis “light” e legale; è quella che contiene meno dello 0,2 per cento di THC.

Il CBD, quindi, apporta benefici all’organismo. Intanto è un ottimo rimedio contro i sintomi del dolore cronico, dato che funge come potente anti dolorifico e antinfiammatorio. E’ anche un neuro-protettore, motivo per cui è indicato ad esempio per chi soffre l’epilessia. E anche per chi mostra i sintomi del Parkinson.

Quindi il CBD aiuta contro il Parkinson? Non si può dire che sia una cura, che possa fermare o invertire il processo della malattia. Ma sicuramente è un rimedio che facilita il controllo di tremori e ansia. Vediamo come.

Il cannabidiolo contro i sintomi del Parkinson

Come già accennato, il cannabidiolo possiede delle proprietà neuro protettive. Questo perché è in grado di interagire con alcuni  neuro recettori, come per esempio quello chiamato 5-HT1A, che svolge un ruolo fondamentale nel controllo dei livelli di ansia.

Ed è proprio questa interazione che spinge a usare il CBD in coloro che mostrano i segni del Parkinson. Questa malattia degenerativa comporta, tra le sue caratteristiche più conosciute ed evidente, dei tremori incontrollati nel corpo. Questi movimenti non motori hanno origine nella degenerazione di alcune parti del sistema nervoso, per esempio l’amigdala; questa è la parte del cervello preposta alla regolazione del comportamento umano e delle emozioni. 

E proprio per questa ragione i medici hanno anche riscontrato una correlazione fra tremori e ansia. L’amigdala appare più piccola nelle persone che soffrono del Morbo di Parkinson, quindi fatica a regolare le emozioni in maniera adeguata. Ecco perché aumentano i sintomi riconducibili all’ansia nel 67 per cento dei pazienti con tale patologia.

Non solo: in presenza di situazioni ansiogene, aumentano anche i tremori, in una situazione che ai autoalimenta da sola ed diventa sempre più difficile da gestire. Il CBD influisce positivamente proprio in questo campo; diminuisce l’ansia e protegge i ricettori, tenendo a bada i tremori.

Cos’è il Parkinson

cbd e parkinsonVa chiamato correttamente per esteso Morbo di Parkinson, dal nome di James Parkinson, medico inglese che per primo lo descrisse in un saggio nel 1817.  Come detto è una malattia neurodegenerativa, nonché cronica  e progressiva. Significa che non ha uno stadio a cui si ferma, ma avanza continuamente nel tempo causando la continua morte delle cellule nervose.

Colpisce principalmente l’apparato motorio. Il sintomo più evidente, e più conosciuto, è un tremore diffuso, involontario e non riconducibile a movimento muscolare; compare anche quando il corpo è a riposo, ed è incontrollabile. E’ anche l’aspetto della malattia che la rende così impattante e invalidante sulla qualità della vita della persona.

Altri sintomi evidenti sono la rigidità muscolare, una certa lentezza in movimenti quotidiani e automatici, e la perdita di equilibrio. Altra caratteristica particolare, il fatto che possano apparire in maniera non simmetrica nel corpo.

La diagnosi però non va fatta solo su questi sintomi, ma tramite analisi di campioni istologici.

Incidenza

Nel mondo, il morbo di Parkinson è la seconda malattia neurodegenerativa per numero di casi riscontrati, seconda solo al morbo di Alzheimer. Tenendo conto dei Paesi cosiddetti industrializzati, le stime parlano di 2 milioni di individui diagnosticati ogni anno. Oltre i 60 anni, la percentuale di persone colpite è dell’1 per cento sul totale, e si passa al 4 per cento dopo gli 85 anni. Ci sono però anche un numero non indifferente di casi chiamati “giovanili” diagnosticati prima dei 50 anni, e talvolta anche prima dei 40.

In Italia la stima è del 3 per mille della popolazione, tradotto in circa 400mila pazienti.

Cause

Una causa unica, o poche cause determinanti, non sono ancora state individuate. Per l’origine del morbo di Parkinson si riconoscono una serie di concause da ambienti diversi: predisposizione genetica, invecchiamento, ma anche condizioni ambientali.

Vediamo come agiscono

Genetica

L’ereditarietà gioca un ruolo che sembra fondamentale nell’insorgere della malattia; il 20 per cento dei pazienti infatti ha una storia familiare legata all’insorgere del Parkinson. I medici hanno individuato alcune mutazioni genetiche associate al morbo: tra questi

  • alfa-sinucleina o PARK 1/PARK 4
  • parkina o PARK-2
  • PINK1 o PARK-6
  • DJ-1 o PARK-7
  • RRK2 o PARK-8
  • glucocerebrosidasi o GBA

Invecchiamento

Il Parkinson è legato al processo di invecchiamento. Il processo alla base delle manifestazioni della patologia è la diminuzione di un  neurotrasmettitore fondamentale per il movimento, chiamato  dopamina; in condizioni di salute, è prodotta dalle cellule della substantia nigra.  Con il passare del tempo, c’è un fisiologico impoverimento del numero di neuroni, che passa da 400mila alla nascita, a un 25 per cento in meno verso i 60 anni. Una delle ipotesi sarebbe che una accelerazione di questo processo porti a un aggravarsi di questa diminuzione, e fra le conseguenze ci sia l’insorgere del Parkinson.

Ambiente

La percentuale di rischio di sviluppare la malattia aumenta in base all’ambiente in cui si vive. Per esempio in ambito lavorativo, sono fattori che aumentano il rischio l’esposizione a certe tossine, come alcuni pesticidi o idrocarburi-solventi (trielina ad esempio). Quindi ci sono professioni – per citarne una il saldatore – maggiormente esposte ai rischi, per la vicinanza continua con i metalli pesanti.

Il CBD migliora la qualità della vita

Come già detto, da qualche tempo la medicina ha inserito il CBD fra le sostanze che possono influire sui sintomi della patologia, migliorando la qualità di vita del pazienti. I risultati arrivano da diversi studi scientifici, alcuni dei quali condotti in Israele, Brasile, Spagna e anche Italia.

La somministrazione giornaliera di CBD in capsule di circa 300 mg porta evidenti miglioramenti nel controllo delle manifestazioni patologiche, influendo positivamente sulla mobilità generale dei pazienti.

Inoltre altre ricerche, al momento solo su modelli animali, avrebbero mostrano la capacità della Cannabis di rallentare persino la progressione della patologia.

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